Top 10: i migliori dieci film e le migliori dieci serie del 2017

Blade Runner 2049 slowfilm recensioneL’inevitabile appuntamento col Fantasma del Cinema Passato. È stato un anno non esaltante, con qualche notevole eccezione. Rischiarato, in particolare, da Twin Peaks 3. Sono stato anche tentato dalla mossa Cahiers, e piazzarlo in cima a tutto, che effettivamente nell’opera di Lynch c’è una quantità di cinema non paragonabile con nessun’altra visione. Poi ho scelto di lasciare questi mezzucci ai Francesi, empatizzando con un Villeneuve che viene qui e si trova scalzato da una serie di 18 episodi. È anche l’anno in cui è uscito un nuovo film di Malick, eppure proprio non me la sono sentita di inserirlo in questa pur stiracchiata lista: non è l’unico fallimento d’autore, e rende l’idea dell’aria che tira. Dunkirk avrebbe potuto non esserci, ma non ho trovato niente di meglio; d’altra parte, mi mancano molti titoli promettenti da recuperare in questi mesi. [Update: mi sono ricordato di Civiltà PerdutaDunkirk non c’è più]

Blade Runner 2049 (Denis Villeneuve)
Virgin Mountain (Dagur Kari)
Arrival (Denis Villeneuve)
La Tartaruga Rossa (Michael Dudok de Wit)
Manifesto (Julian Rosefeldt)
Your Name (Makoto Shinkai)
Madre (Darren Aronofsky)
Gatta Cenerentola (Rak, Cappiello, Guarnieri, Sansone)
L’Altro Volto della Speranza (Aki Kaurismaki)
Civiltà Perduta (James Gray)

twin peaks 3È andata meglio la serialità. I primi tre titoli sono in ogni senso stupefacenti, e molto buoni anche tutti gli altri. Superstore alimenta l’indispensabile quota di comedy radicalmente spensierata, mentre Glow è lo svago anche più solido e scritto alla grande, in linea con la tendenza contemporanea alla lunga narrazione. The Orville altalenante, con cambi di registro spesso drastici, ma una sci-fi più ispirata del nuovo Star Trek Discovery, perso nelle sit-com dei Klingon, il popolo più enfatico dell’universo. L’Altra Grace è un lavoro fin troppo classico, ma Sarah Gadon è molto brava e io ho un debole per le miniserie, e ultimamente anche per il Canada.

Twin Peaks 3 – Dall’inizio all’episodio 8Fino alla fine
Legion
American Gods
Glow
Superstore
Samurai Gourmet
Atypical
The Orville
L’Altra Grace
Stranger Things 2

Buon 2018, che la forza scorra potente, almeno in lui.

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I migliori dieci film e le migliori dieci serie del 2016

paterson-slowfilm-locandinaUn anno non finisce davvero senza una classifica, lo sapevano i Maya, lo sappiamo anche noi. Com’è andato questo 2016, l’anno che il tessuto social e i lutti condivisi hanno battezzato come il più nefasto di sempre? Neanche male, in verità, molti dei film in lista hanno una struttura disgregata, acentrata, chiedono di essere collezionati e rivisti.

E a parte i Coen, che già da alcuni anni sono tornati una certezza, è bello riappacificarsi con Jarmusch e con un Malick che non riesce a ritrovarsi e definirsi, e su cui è meglio non fare troppo affidamento, ma che ha proposto un film dallo sperimentalismo ipnotico.

I migliori dieci film del 2016

Paterson (Jim Jarmusch)
One More Time with Feeling (Andrew Dominik)
Knight of Cups (Terrence Malick)
Ave, Cesare (Joel ed Ethan Coen)
Little Sister (Hirokazu Kore-Eda)
King of the Belgians (Peter Brosens e Jessica Woodworth)
The Assassin (Hou Hsiao Hsien)
Parola di Dio – The Student (Kirill Serebrennikov)
Miss Peregrine – La casa dei ragazzi speciali (Tim Burton)
The Neon Demon (Nicolas Winding Refn)

Avrebbero potuto prendere il posto di Burton: Captain Fantastic, Kubo, Mistress America, forse anche 10 Cloverfield Lane, ma oggi è andata così.

the-young-popeDelle serie non so mai quando e se scrivere, quel che si vede all’inizio può essere stravolto, quando arrivano alla fine di solito sono stremato. Però le vedo, mi piacciono, alcune sono molto belle. Preferisco sicuramente quelle brevi, meglio se guidate da un unico regista. Da segnalare l’enorme delusione per la chiusura di Vinyl, una delle cose più belle a mature mai passate su piccolo schermo, e la sorpresa per The Get Down: non mi piace Baz Luhrmann, non ascolto hip hop, ma è un miracolo di ritmo ed equilibrio.

Menzione d’onore per Show Me a Hero, miniserie con Oscar Isaac uscita negli USA gli ultimi giorni del 2015, e per Brooklyn nine-nine, che mi diverte molto ma che sto ancora recuperando. Sorpresa: nella top 10, e senza rammarico, non c’è Westworld.

Le migliori dieci serie del 2016

The Young Pope
Vinyl
Fargo (seconda stagione)

The Get Down
Stranger Things
Peaky Blinders (terza stagione)
The OA
The Night Of
Silicon Valley (terza stagione)
House of Cards (quarta stagione)

Come quelle cose che si perdono nella pioggia – Zero Dark Thirty, Garmwars, Tutti vogliono qualcosa, Warcraft – L’inizio, Il caso Spotlight, Perfetti Sconosciuti, Alice attraverso lo specchio, Lo Sciacallo, As the Gods Will

zero-darkZero Dark Thirty (Kathryn Bigelow 2012). Sapevo della mia scarsa sintonia con la Bigelow. Lei, invece, credo ne sia all’oscuro, quindi evitate di sparlarne in sua presenza. Ho visto Zero Dark perché indicato da alcuni come precursore di Sicario, ma non è vero. A parte l’avere in comune qualche scena in notturna e visioni aeree, i due film sono per stile e ideologia quasi antitetici. Il cinema ortodosso e machista di Kathryn Bigelow (e non fa la differenza che la protagonista sia donna) si conferma lontano dalle mie corde. (2,5/5)

Garmwars (Mamoru Oshii 2014). L’uomo a cui sono associati alcuni dei titoli più belli dell’animazione mondiale (Ghost in the Shell, Innocence e Sky Crawlers, hai visto mai) nei film live sembra perdere completamente la bussola. È anche questo il caso. Peccato, perché Garmwars crea un mondo anche interessante, ed evoca una storia che ha alcuni tratti di originalità. Fosse stato un cartone, con più cose viste e meno parlate, e senza scene d’azione imbarazzanti, avrebbe avuto il suo perché. (2/5)

ttti-vogliono-qualcosaTutti vogliono qualcosa (Richard Linklater 2016). Fra questi, il film di cui più mi dispiace non aver scritto prima e meglio. Si tratta di un college movie dove Linklater alle canoniche catastrofi ha sostituito la vita. Non un film demenziale, neanche del tutto realistico, a suo modo poetico. Un bell’affresco giovanile, malinconico per vocazione. (4/5)

Warcraft – L’inizio (Duncan Jones 2016). Dimenticate le idee di Moon e Source Code, l’ultimo film del figlio di Bowie è un titolo assolutamente ortodosso. Fantasy fino al midollo, di quel fantasy ingenuo e favolistico che immagino sia ampiamente alle radici del genere. Il problema principale del film è che si chiama l’inizio perché è, appunto, solo un incipit. Non prova neanche a descrivere una parabola, una storia, un film. Su un libro di 600 pagine, queste sarebbero le prime 70, ma abbandonate brutalmente senza neanche arrivare a un punto. (2,5/5)

spotlightIl caso Spotlight (Thomas McCarthy 2015). Mi sono accorto di aver visto tutti gli Oscar per il miglior film degli ultimi molti anni, dunque ho visto anche questo. Spotlight è un film informativo. Ha un soggetto che definirei importante – il giro di preti pedofili indagato e reso pubblico dal Boston Globe – e ricostruisce il tutto con assoluta linearità ed encomiabile spirito didattico. Con un risultato non troppo diverso da quel che verrebbe dal leggere qualche pagina che tratti lo stesso argomento. Belli e bravi gli attori, belli e bravi i giornalisti originali, giusta l’operazione, ma non c’è poi tanto cinema. (3/5)

Perfetti Sconosciuti (Paolo Genovese 2016). Un tempo si diceva che il cinema italiano fosse compresso in due camere e cucina. La crisi si sente, e qui la camera è una sola. Da Mastandrea e Battiston in giù, il parco attori è comunque interessante, per un’impostazione evidentemente teatrale, anche nelle performance. Un po’ di veleni, un po’ di grande freddo, un pizzico di qualunquismo digitale, qualche equivoco da commedia, ma il colpo di reni in più manca proprio nella scrittura, in molte parti didascalica e raramente sorprendente. Nonostante la totale verbosità, ad ogni modo, non annoia e lo si vede fino alla fine. (3/5)

alice-attraverso-lo-specchioAlice attraverso lo specchio (James Bobin 2016). Con Carroll, se è possibile, ci sono ancora più gradi di separazione del precedente di Burton. No, più o meno sono pari. Anzi, qui c’è un’Alice nuovamente viaggiatrice, prima di tutto sguardo, più che improbabile eroina action. Tolto Carroll, rimane un film per bimbi tutto sommato commestibile, brava  Mia Wasikowska, visivamente divertenti alcune scene, e il Cappellaio Depp si vede opportunamente poco. (3/5)

Lo Sciacallo – The Nightcrawler (Dan Gilroy 2014). Non che sia brutto, ma mi aspettavo di più. Film sulla comunicazione e quanto sia cinica e l’omologazione dell’uomo digitale che diventa disumano e la tv del dolore. Tutto molto spiegato, e piuttosto prevedibile. Jake Gyllenhaal dà il tono ma la scrittura l’aiuta fino a un certo punto, così a tratti sembra anche strafare. Messa in scena onesta ma senza colpi di genio, un film a tesina. (3/5)

As the Gods Will (Takashi Miike 2014). Pura follia visiva del maestro Miike, che lascia dei liceali alle prese con sanguinari e surreali giochi tradizionali giapponesi. Valorizzato da un’estetica molto particolare, che diverte e mitiga l’efferatezza degli eccidi, As the Gods Will è un diamante pazzo che brilla di libertà, altissimo professionismo ed immaginazione: molto consigliato se piace il cinema. (4/5)

Room (Lenny Abrahamson 2015), La Grande Scommessa (Adam McKay 2015), Mistress America (Noah Baumbach 2015)

room slowfilm recensioneHo visto Room quando ho scoperto che ha la regia di Lenny Abrahamson, ma non è troppo diverso da quello che avevo ipotizzato. È un film estremamente emotivo, in alcuni momenti difficilmente sostenibile. Abrahamson mette in scena una descrizione partecipata dell’azione che spezza il fiato, un po’ come fece, a memoria, Bloody Sunday di Greengrass. Ma Abrahamson, ed è il motivo per cui mi piace, solitamente fa il contrario: lascia distendere racconti privi di scene topiche e dirige con distacco storie di un’umanità posta o che si pone ai margini, lasciando che sia lo spettatore a doversi avvicinare a loro. Room invece travolge lo spettatore, con meccanismi che qualcosa di ricattatorio comunque ce l’hanno, lasciando gran parte del lavoro – altra cosa che non amo – a un bambino di cinque anni e ai rischi che questo corre. Di certo il film è ben fatto, un meccanismo ben congegnato, che colpirà soprattutto le donne per il rapporto madre figlio totalizzante e doloroso. Dopo una prima parte dedicata al thriller e l’ansia, Room ne ha una seconda più psicologica che descrive la totale identificazione nella figura altra, gli egoismi che ne nascono e i conseguenti sensi di colpa, la difficoltà della relazione con l’esterno e della sua comprensione. Il tutto in maniera fin troppo efficace e diretta. (3/5)

la grande scommessa slowfilm recensioneLa Grande Scommessa è dinamico e divertente, cosa strana (ma forse neanche così strana) da dire su un film che parla di speculazioni legate alla bolla del mercato immobiliare, che dal 2005 porterà alla crisi finanziaria l’America e gran parte dell’Occidente. Ho letto da più parti che si tratterebbe di un lavoro difficilmente comprensibile: non è vero. In una sorta di operazione Michael Moore 2.0, anzi, il film tratto dal libro di Michael Lewis ha fra le sue principali missioni quello di spiegare passaggi e tecnicismi, rendendoli quanto più immediati e appetibili. E, pur rimanendo a un livello inevitabilmente superficiale, ci riesce alla grande. Ci saranno, così, veri e propri siparietti con la celebrità di turno intenta a esporre in un discorso diretto con lo spettatore le basi della crisi, con linguaggio alla mano e in circostanze ancora più ammiccanti, a cominciare da una Margot Robbie impegnata in un bagno in vasca. Questa via di mezzo tra fiction e documento, con le spiegazioni rivolte direttamente allo spettatore, non mi è nuova ma, al momento, mi ricorda giusto il Riccardo III di Al Pacino, che di tanto in tanto si voltava verso il pubblico per giustificare salti di intere parti o riassumerne e commentarne altre.

La sfilata di stelle, comunque, non è solo quella dedicata alla didattica frontale. Da Chritian Bale a Brad Pitt, da Ryan Gosling a Steve Carell, è pieno di attoroni che in pochi frasi e movimenti degli zigomi ti tratteggiano un carattere, ed è soprattutto questo aspetto scorsesiano il bello del film. Rimane l’impressione, però, che a voler costruire una serie di personalità accattivanti, ci si sia ridotti a dipingere ogni strafottutissimo speculatore come un antieroe che salverebbe volentieri il mondo, ma è invece obbligato, suo malgrado, a limitarsi a diventare tremendamente ricco. (3,5/5) 

mistress americaMistress America. Mi dispiace non averne scritto prima, perché a Baumbach voglio molto bene, e da Frances Ha anche a Greta Gerwig. Attrice e personaggio molto intrigante, che ha scritto il film con Baumbach e dà sempre l’impressione di portare sullo schermo una buona parte di sé; una cosa che credo si possa definire autenticità, ma che nel caso della Gerwig sembra andare a braccetto con tanto intelligente lavoro di costruzione e, in un certo senso, sperimentazione. Mistress America è un film di amicizia femminile, (ancora) più minimale e logorroico di Frances Ha, e per questo meno immediato. Motivo per cui mi sono ripromesso di rivederlo, ma ovviamente non è ancora successo. Un film parlato fino alle estreme conseguenze, eppure non ridondante, o rintronante, e comunque piuttosto asciutto. Alla costruzione dell’originale personaggio affianca riflessioni universali sulla ricerca di qualcosa cui valga la pena di dedicare la vita, sull’arte, sulla fragilità dei rapporti e su come, tutto sommato, alcuni rimangano comunque sottopelle. Un gioiellino che dura quanto un tempo di un film medio di supereroi, un’ora e venti. Devo rivederlo. (4/5)

I film del 2015 che mi hanno accolto meglio

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Il 2015 è sicuramente l’anno in cui qui ho scritto di meno e, oltre a dispiacermene, sono abbastanza sicuro la cosa non mi faccia bene. Specialmente con la nuova gestione dei tempi, dove tutto si sovrappone e spesso mancano i momenti di noia dove le cose possano sedimentare e attecchire, per me un’agenda che ricordi quel che vedo – e meglio ancora sarebbe trovare posto anche per quello che ascolto – sarebbe preziosa. Dovrei appuntare, più che scrivere, principalmente per aiutare la memoria e sottrarre più momenti alla confusione. Si vedrà. Magari, invece, è semplicemente così che finiscono le cose.

Qui del 2015 sono rimaste soprattutto le esperienze migliori, e neanche tutte. Scorrendo le pubblicazioni dell’ultimo anno mi accorgo che manca, forse, un titolo pienamente rappresentativo, mentre ce n’è più d’uno che ha lasciato un’impronta, una traccia emozionale diffusa. Che è forse quel che cerco in questo periodo dal cinema: non scene topiche, battute fulminanti o picchi espressivi, ma la costruzione di un mondo acentrato, di un’atmosfera, dove i personaggi si possano perdere senza che nessuno senta il bisogno di mostrare loro la strada. In maniera piuttosto viscerale e istintiva, ecco i dieci titoli che quest’anno meglio mi hanno accolto.

Birdman
Sicario
Blackhat
Inherent Vice – Vizio di Forma
La Storia della Principessa Splendente
Song of the Sea
Bella e Perduta
Il Bambino che Scoprì il Mondo

The Possibilities are Endless
The Lobster

Uno di quelli che ho perso lungo la strada, ma che certamente merita una menzione e una revisione, è l’ultimo Miyazaki Si Alza il Vento (e completo: bisogna tentare di vivere).

Li ho recuperati e ne ho scritto nel 2015, ma hanno avuto da noi una distribuzione precedente, gli ottimi

Samsara
Il Regno d’Inverno
Boyhood

Samsara, in particolare, credo sia l’unico 5/5 in un notevole lasso di tempo, fra tutti i titoli qui citati l’esperienza più forte e coinvolgente.

Come si dice di solito al 31 dicembre: buon anno nuovo a tutti.

Ora o mai più – frammenti biascicati di una quantità di film

la donna che canta slowfilm recensioneLa Donna che Canta (Denis Villeneuve 2010) è il mio terzo Villeneuve, e conferma il canadese come uno degli autori più interessanti in circolazione. Tratto dall’opera teatrale Incendies di Wajdi Mouawad, dell’impostazione teatrale non ha però nulla. In diversi luoghi e tempi racconta una dolorosissima storia del Medio Oriente e le sue guerre, vissuta sulla pelle di una donna e sua figlia, in viaggio sulle tracce del passato della madre. Come e meglio di Prisoners, Villeneuve mostra senza fare sconti allo spettatore, lascia montare ansie e sentimenti inquieti, conservando assieme al rigore estetico una tensione alla sincerità che esclude qualsiasi dubbio effettistico o ricattatorio. Villeneuve gestisce i suoi personaggi da lontano, quasi sempre vieta loro delle reali interazioni per lasciare che a guidarli siano gli avvenimenti, che lasciano segni profondi. Il film, in ogni scena teso e significativo, contiene anche una sequenza, dal punto di vista emotivo, davvero difficilmente sostenibile. Questo e Enemy sono due film importanti.

big eyes slowfilm recensioneHo aperto col titolo a cui più tenevo, vado oltre. Big Eyes (Tim Burton 2014), l’ultimo Burton, qualcuno lo ricorda ancora? Sinceramente speravo in un riscatto, un colpo di reni, speravo che, come con Ed Wood, il vincolarsi a una storia reale avrebbe dato forza all’esangue Tim. Non è andata così, anzi Big Eyes è uno dei suoi film più vuoti e futili, un buco nell’acqua sotto ogni aspetto, dalla sceneggiatura, alla direzione degli attori, alla critica del mondo dell’arte, ai goffi tentativi di metterci dell’ironia. Con un soggetto sulla carta interessante, fare di peggio non sarebbe semplice. Invece, meno orribile di come in genere lo si dipinge, Lo Hobbit – La battaglia delle cinque armate (Peter Jackson 2014) è un film che si lascia vedere. Un action fantasy con ritmo e un Martin Freeman che dà al suo personaggio una certa credibilità. Di per sé sicuramente non un capolavoro, ma all’interno della saga e del genere non credo sia affatto il peggiore.

Big Hero 6 slowfilm recensioneAdesso c’è un intermezzo animato. Dei tre che sto per citare, Big Hero 6 (Don Hall, Chris Williams 2014) è il migliore. Produzione Disney, è un film. Cioè segue lo svolgimento canonico di un film, introduce e lascia sviluppare i suoi personaggi, non affretta i tempi, ha una buona scrittura. Divertente, commovente, prevedibile ma abbastanza intenso da distrarre lo spettatore, è un ottimo film per famiglie. Una cosa che, invece, non somiglia tanto a un film, è I pinguini di Madagascar (Eric Darnell, Simon J. Smith 2014), che è invece frammentatissimo, un montaggio frenetico che finisce per appiattire ogni momento della narrazione, riportando ogni scena all’azione e alla sorpresa. Non mancano quadri e battute divertenti, ma alla lunga stanca. Dragon Trainer 2 (Dean DeBlois 2014) è invece un film non tanto riuscito. Ottimo lavoro il primo, qui le idee sono scarsissime, si procede per accumulazione visiva e si tirano in ballo “colpi di scena” anche radicali, senza dare loro il giusto peso. Un numero due piuttosto anonimo e banale, peccato.

wake in fright slowfilm recensioneSi chiude con tre titoli non propriamente mainstream. Wake in Fright – Outback (Ted Kotcheff 1971) sta (ri)vivendo in questi mesi una sorta di consacrazione underground. Film dalla storia controversa, prima distrutto e dimenticato, poi ristrutturato e rivalutato con la sponsorizzazione di Martin Scorsese. Il canadese Kotcheff, fra le altre cose regista del primo Rambo, porta in Australia una storia decisamente sui generis. Devo dire, però, che non mi sento di partecipare allo stupore e l’adorazione diffusa. È comunque un’opera peculiare, ed è purtroppo passato troppo tempo dalla visione per parlarne seriamente. Parte nel migliore dei modi, con il silenzio, il sudore, il deserto australiano, le lunghe inquadrature frontali. Si incrociano elementi, dettagli, personaggi stranianti. È quando inquadra i suoi temi principali che lascia trasparire un intento moralista: il protagonista che finisce nel buco del culo dell’Australia e qui beve birra, in continuazione, come tutti, bevono sudano, bevono ancora, e fanno cose malaticce. L’accumulazione e la dissoluzione, la discesa all’inferno, l’insistenza, portano il film non lontano dai confini ristretti di una pubblicità progresso. Confini asfittici, per una pellicola incredibilmente polveroso che sembrava volersi perdere nei campi lunghi, gli sguardi desola(n)ti e  le interazioni eccentriche. Anche l’epilogo, che rinchiude l’esistenza (?) del protagonista nella coazione a ripetere di un cerchio sadico e punitivo, va verso la stessa direzione. Altro motivo di perplessità una lunga, lunghissima scena di reale eccidio di canguri, che una didascalia in chiusura dichiara finalizzata a portare l’attenzione su una pratica barbara, ma nei fatti non va molto distante dalla sadica, violenta e malsana pornografia di Jacopetti e dintorni.

brojen hill blues slowfilm recensioneCommedia indie di alleggerimento: What We Did on Our Holiday (Andy Hamilton, Guy Jenkin 2014) è un filmetto britannico con famiglia allo sbando, bambini, nonni, e una gradevole Rosamund Pike. Un incipit e in generale una prima parte divertente, poi prende il sopravvento l’idea di trattare piuttosto male un sacco di cose, e la deriva da sentimentalismo desaturato di nicchia rende irriconoscibile gran parte di quel che di buono si era costruito. Con Broken Hill Blues (Sofia Norlin 2013) si vede la fine. In tutti i sensi: è un titolo impregnato di sentimenti finali e definitivi. Kiruna, la città più a nord della Svezia, e un gruppo di ragazzi. La neve, il gelo, la voglia di scappare o sparire e un senso perenne di minaccia che ricorda Noi Albinoi. Se nel film di Kari la minaccia era però un enorme ghiacciaio naturale che incombeva sulla cittadina, sono gli abitanti di Kiruna a scavarsi letteralmente la terra sotto i piedi. La città è costruita sulla miniera di ferro che rode le sue fondamenta, ed è squassata dalle continue esplosioni degli scavi. Broken Hill è molto vicino al documentario, inquadra volti e spazi reali e riduce all’osso gli espedienti filmici, che risultano dunque tanto più efficaci nella costruzione di un’atmosfera straniante, densa d’ineluttabilità.
la donna che canta: 4,5/5
big eyes: 2/5
lo hobbit – la battaglia delle cinque armate: 3/5
big hero 6: 3,5/5
dragon trainer 2: 2,5/5
i pinguini di madagascar: 2,5/5
wake in fright: 3/5
what we did last summer: 2,5/5
broken hill blues: 4/5

Con Big Eyes in sala, uno sguardo sulla filmografia di Tim Burton

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Pubblicato su Gli 88 Folli

Tutto comincia con Pee-wee Herman, personaggio per la tv dei ragazzi americani che nel 1985 diventa protagonista del primo lungometraggio di Tim Burton: un Pee-wee’s Big Adventure dai ritmi blandi e lo sguardo lieve, che già lascia scorgere l’anima stralunata del regista. Da subito intercetta gli umori e le finanze del pubblico, e tre anni dopo Beetlejuice (da noi accompagnato all’amabile descrizione Spiritello Porcello) è già un esemplare compiuto di cinema d’intrattenimento dalle peculiari tinte dark, ricco di humour, elementi fantastici e invenzioni visive. Nel film Michael Keaton e Winona Rider, nomi ricorrenti nel cinema di Burton, da subito portato ad affezionarsi a uno staff di fedelissimi.

A un passo dai ’90 — indubbiamente il decennio di Tim Burton — Batman è la prima versione moderna e senza calzamaglia del giustiziere di Gotham, nonché il fenomeno di massa che aprirà la strada ai franchising dei supereroi. Lo stile di Burton costruisce un mondo grottesco, debordante, avvolgente, che pur non avendo grandi velleità filologiche riesce autonomamente a ricreare un’atmosfera da fumetto, dove un uomo mascherato può suscitare sorpresa e contemporaneamente essere preso sul serio. Molti dei contagiati dall’antica batmania non riusciranno mai davvero ad adattarsi al Batman nolaniano, figura seriosissima con la mantellina e le orecchie a punta in un universo alla Michael Mann che tende continuamente a rigettarlo. Cardine del Batman di Burton è Joker, Jack Nicholson nel suo ruolo d’elezione, che porta il villain dadaista a impadronirsi dello schermo, sancendo definitivamente la superiorità dell’antagonista nell’economia del racconto. Tutto è efficacemente iconico: la bionda Basinger, Michael Keaton eroe solitario abbastanza duro da reggere il duello, e una serie di giocattoli meravigliosamente analogici, un baraccone esagerato, cinefilo e denso di scene cult.

Fin qui, tutto bene.

L’anno dopo – il ritmo di produzione è serratissimo – arriva quello che per molti è il film della consacrazione, anzi il film di Burton: Edward Mani di Forbice. Messo da parte Michael Keaton, Tim Burton comincia a dipingere la faccia di Johnny Depp, pratica che nei ventidue anni successivi sentirà spesso il bisogno di replicare. Ho dovuto rivederlo, Edward, perché temevo di aver cristallizzato un ricordo distorto e disfattista, ma anche la revisione non ha fugato la maggior parte dei miei dubbi. Sotto l’aura mitologica, e ancora sotto la satira smaccata, si cela un film profondamente patetico. È indubbio il fascino visivo e in particolar modo scenografico, interessante l’amalgama impossibile fra le tinte zuccherine del borgo anni ’50 e il mondo punk e gotico del protagonista. Ma a voler considerare Edward per quello che è, cioè un film e non un poster nella stanza di una ragazzina, la sceneggiatura di Caroline Thompson è ricorsiva e poco propensa a giustificare i passaggi narrativi, mettendo alla prova anche la struttura accondiscendente della fiaba. Burton parla molto di sé, della sua diversità ed emarginazione, adoperando simboli e metafore molto dirette e diluendole in spunti umoristici autoindulgenti. Sarà più interessante vederlo parlare della sua arte, come accadrà con Ed Wood.

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Fra i due compare il secondo episodio dedicato all’eroe mascherato, quel Batman – Il ritorno, l’unico sequel a firma Burton. Pur essendo un buon film non raggiunge il livello del primo, denso d’istinto pionieristico e artigianale. Incentrato sulle figure del Pinguino e di Cat Woman (anche qui Keaton è in secondo piano, mentre Michelle Pfeiffer fornisce il personaggio più interessante dell’episodio), il film è più solido, definisce con sicurezza i meccanismi del giocattolo, e per questi motivi è meno aperto e intrigante.

Nel 1994 Ed Wood è un film a sorpresa nella filmografia di Burton: per originalità e intensità, è il migliore. Ogni impeto grottesco è radicato nel mondo reale, rendendo tutto molto più amaro. Non c’è il patetismo di Edward, ma il sentimento vero nel rievocare, di nuovo attraverso Depp, la vita e le ossessioni di quello che è stato definito il peggiore regista di sempre. Tim Burton parla della nascita del suo immaginario, e lo fa con un film sincero, delicato, che può limitare il linguaggio solitamente debordante, trovando nel racconto del reale il modo più raffinato ed efficace per offrire spunti onirici e per rincorrere i suoi modelli ideali.

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Agli antipodi il successivo Mars Attacks! (1996), un film eccessivo, ripetitivo, omaggio sfrenato alla fantascienza anni ’50 che, attorno ad alcuni riusciti spunti visivi, costruisce davvero poco.

Sleepy Hollow torna al fumettone gotico, con la costruzione più dettagliata e coesa dell’universo immaginifico del regista. È, al tempo stesso, il film che con più evidenza mostra grandi capacità nella creazione di personaggi e atmosfere e, d’altra parte, sfilacciamenti nella gestione dell’azione. Una tendenza e un limite che il regista mostra anche in opere, come questa, che richiamano spesso l’azione. Niente poteva lasciar presagire Planet of the Apes, film che Tim Burton sembra gestire in preda alla noia, sentimento trasmesso intatto allo spettatore.

La produzione altalenante porta nel 2003 a Big Fish, l’ultima pellicola davvero riuscita. Affiancato da un inedito Ewan McGregor, Tim Burton mette in scena un viaggio fatto di incontri, avventure, esplorazione, un racconto incentrato sul senso epico che il tempo regala agli avvenimenti e, soprattutto, sull’idea di una narrazione che diventa identità, esclusivamente se chi ascolta è disposto a farne parte. Pur permeato di malinconia, anche grazie a McGregor Big Fish è mediamente più soleggiato delle altre opere burtoniane.

Con La Fabbrica di Cioccolato (2005) nei panni di Willy Wonka s’impone nuovamente l’impiastricciato Depp, per un lavoro pop tutto sommato godibile e più brillante della versione piuttosto sgangherata del 1971, spesso indicata come trasposizione migliore del libro di Roald Dahl più per affezione anagrafica e nei confronti di Gene Wilder, che per altro. Gli anni successivi segnano un progressivo abbandonarsi alle raffigurazioni in computer grafica, che muta radicalmente il cinema di Tim Burton. Molto del suo fascino, infatti, è dovuto alla capacità di portare nel reale figure e tinte di un definito immaginario fantastico, mentre il cinema “numerico” spazza via buona parte del fascino artigianale.

Nell’estetica burtoniana, Sweeney Todd risente molto di questo vuoto digitale, ma è reso interessante dall’essere l’unico film davvero cattivo del regista. Il cinema di Burton ha sempre messo in scena diversi dal cuore d’oro, buttandola spesso sul melodrammatico passando per il finto horror (per molti tratti è l’esatto opposto del cinema di Gilliam). In Sweeney Todd la gente ferita e disturbata si dà alla schietta macelleria, restituendo per una volta alla favola i suoi aspetti più autenticamente e semplicemente malati, e offrendo dei succulenti pasticci di carne come non se ne vedevano dai tempi di Titus.

alice-in-wonderland

Nel 2010 Alice in Wonderland, che sembrava dover essere l’approdo naturale degli istinti di Tim Burton, è un film arreso al green screen, poco riuscito praticamente da ogni punto di vista, eccetto quello degli incassi. L’ennesimo truccatissimo e distratto Johnny Depp è un Cappellaio che di matto ha poco e che conduce lo spettatore in situazioni e ambientazioni desolate e desolanti. L’avventura di Alice è ridotta a una storia classicissima, strutturalista fin nel midollo, fatta di eroe, antagonista, aiutante, oggetto magico, percorso formativo e tutto il resto. La nota più credibile del film è la giovane Mia Wasikowska, azzeccata nella parte della protagonista.

Un ulteriore passo indietro, ad ogni modo, è ancora possibile, e Dark Shadows, partorito quando il boom dei vampiri cominciava a segnare il passo, è un film inesistente e perennemente fuori bersaglio, invischiato in pennellate di nero sempre più sintetico e innocuo.

Nonostante tutto questo, ci sono buone vibrazioni che avvolgono l’attuale Big Eyes, film dal cast rinnovato rispetto alle abitudini, con al centro Amy Adams e Christoph Waltz, dedicato, come Ed Wood, alla particolarità di una storia reale. Il trailer è di quelli che raccontano proprio tutto.

Minima Immoralia: Le Meraviglie (Alice Rohrwacher 2014), Apes Revolution (Matt Reeves 2014), Predestination (Michael e Peter Spierig 2014)

le meraviglie slowfilm recensioneDa Le Meraviglie, Gran Premio della Giuria di Cannes, sinceramente mi aspettavo qualcosa in più. Non che sia un brutto film, ma se si vuole (finalmente) portare attenzione su opere del genere, ce ne sono di più decise, originali e d’impatto. Il film di Alice Rohrwacher ha una certa grazia (e durezza) documentarista, ma col passare dei minuti non riesce a rinunciare a elementi narrativi esplicitamente finzionali, che spingono per esplicitare dei precetti che un film con una grana del genere dovrebbe evitare di imporre in questo modo. Le Meraviglie nasce sospeso e poi si lega a un apparato stanco di critica sociale e simbologie meccaniche. Una splendida unione di realtà e fiction il cinema italiano lo ha toccato con La Bocca del Lupo, un incontro tutt’altro che banale fra natura e cultura con Le Quattro Volte, e, ancora, Minervini racconta con linguaggio documentario conservando un rigore, e quindi una forza, che Le Meraviglie non ha.
(3/5)

apes revolution slowfilm recensioneBene, questa è una categoria residuale dove si ammassano titoli visti un po’ di tempo fa: l’accostamento, quindi, è da doccia scozzese. Non so cosa sia successo alla produzione della nuova serie di Planet of the Apes, tutto sommato non ho trovato il turbamento e l’interesse necessari a farmi fare delle ricerche serie, ma Apes Revolution, a fronte di un primo capitolo convincente, è un sequel imbarazzante. È cambiato tutto: regista, attori, sceneggiatori, protagonisti, a parte il mutante digitale Serkis. Apes Revolution – in originale Dawn of the Planet of the Apes – è un blockbuster inconsistente, a impatto zero (roba non da poco per un film postapocalittico), dai meccanismi banali ed innocui, con alcuni (non pochi) momenti di trash inconsapevole, ma non per questo meno colpevole. Avrei bisogno di cancellare dalla memoria l’immagine di una scimmia che sta in piedi su un cavallo al galoppo, e smitraglia con aria cattiva tenendo un uzi per mano. Il tutto al rallentatore, come fosse una scena de Il Mucchio Selvaggio. Film di prepotente bruttezza, sotto ogni punto di vista.
(2/5)

predestination slowfilm recensionePredestination, degli australiani Spearig Brothers, è il loro film nuovo nuovo, pur sembrando concettualmente precedente al più celebre Daybreakers (2009). Perché Daybreakers è un brutto film, questo piccolo Predestination sembra invece la tesi di laurea, l’esordio fintamente cerebrale che ti consente, poi, di approdare ai brutti film. Si tratta della classica idea da cortometraggio stiracchiata, un marchingegno il cui unico interesse consiste nell’esporre un’unica intuizione, che gli autori abbiano ritenuto molto affascinante. Non ci sono dettagli, digressioni dal focus, né invenzioni di alcun tipo in Predestination. Quasi tutto girato in interni postindustriali e anonimi, l’unica scelta degna di interesse è un lungo dialogo in un bar, probabilmente inserito più per esigenze di minutaggio che per altro, ma abbastanza ben gestito. Brava Sarah Snook, credibilmente androgina, tutto il resto è un giochino che si prende sul serio.
(2,5/5)