Samurai Gourmet, stagione 1 (Masayuki Kusumi 2017) Un percorso zen alla scoperta della (stra)ordinarietà

samurai gourmet slowfilmPer distrarsi un po’ dai draghi, gli zombie, gli intrighi, Samurai Gourmet è un gioiellino, una piccola rivelazione, un accogliente e divertente rifugio zen. È distribuito da Netflix, quindi facilmente reperibile. Takeshi Kasumi, 60 anni, è appena andato in pensione. Non so immaginare perché, ma pare che in molte persone, e ancora di più in molte persone giapponesi, questo porti a una sorta di senso di vuoto, di perdita d’identità, una difficoltà a immaginare come vivere il proprio tempo. Fortunatamente questo stato, per Takeshi Kasumi, dura assai poco, e presto si ritrova immerso nel trasgressivo piacere di scolarsi almeno un paio di birre ghiacciate già di primo pomeriggio. A guidarlo nella sua rinnovata intraprendenza un giovane ronin dai modi spicci, la cui apparizione segna incursioni in un medioevo nipponico che ha molto da insegnare sulla natura dei cibi e delle persone.

Kasumi-san è interpretato da Naoto Takenaka, capace di portare nel live le iperboliche espressioni facciali, dalla goduria al sacro timore, che abbiamo imparato ad amare con i cartoni dell’infanzia. Il nostro pensionato avventuriero ha una moglie, Shizuko Kasumi, una Honami Suzuki che a prima vista può essere agevolmente scambiata per la figlia, ma ha in realtà solo pochi anni in meno. È una delle cose cui fare l’abitudine, assieme alla luminosità assurdamente accentuata della fotografia.

Takeshi, in 12 serratissime puntate, gira per la città esplorando gli aspetti più veraci della cucina giapponese, sperimentando specialità straniere (ben due volte la cucina italiana), incontrando persone per la prima volta o ritrovandole dopo decenni. Lo schema base della nuova destinazione e dell’intervento del Samurai nel momento di difficoltà, è sempre arricchito di esperienze e dettagli; il tono apertamente leggero e spesso caricaturale è sostenuto dalla poesia minimale e l’amore per la scoperta e l’osservazione. Tratto dall’omonimo manga di Masayuki Kusumi, Samurai Gourmet non può non ricordare i capolavori di Jiro Taniguchi L’uomo che Cammina e Gourmet.

Assieme al racconto episodico, la serie sviluppa una trama in evoluzione, che si arricchisce delle esperienze di quotidiana meraviglia. L’incursione al ristorante italiano, in un’accumulazione barocca e improbabile di sapori, mostra come il gusto sia davvero una componente importante della cultura, e come essere aperti ad assaggiare sapori non abituali non significhi comprenderne davvero i possibili equilibri. Due puntate davvero belle, cinematografiche per sguardo e contenuti, ci riportano una al passato del protagonista, investito in piena luce dalla potenza dell’effetto madeleine, un’altra a vagare fra le strade cittadine, alla ricerca di un luogo legato a ricordi che passano sempre dal gusto, per ricollegarsi agli altri aspetti della vita. Delizioso.

(4,5/5)

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Top of the Lake (2013), la miniserie esistenziale – investigativa di Jane Campion

top_of_the_lake_2d_lum_n_742Anche Top of the Lake è una miniserie, sette puntate di investigazione sui generis, con una forte presenza e caratterizzazione dei protagonisti e dell’ambiente, fino alla realizzazione di una stretta interdipendenza fra gli stessi. L’anche iniziale si relaziona, inevitabilmente, a True Detective, e la visione di Top of the Lake è nata dall’esigenza di trovare qualcosa che prolungasse la partecipazione generata dal migliore appuntamento seriale degli ultimi anni. L’ormai (da tempo) accertato salto qualitativo delle serie si accompagna alla perfezione – almeno per quelli che sono i miei gusti – alla breve periodicità e alle stagioni autoconclusive, specialmente quando, come in questi due casi, il progetto è in mano a poche figure chiave. Top of the Lake, prima produzione seriale di Sundance Channel, è in tutto un’opera di Jane Campion, che ha scritto (con Gerard Lee) e diretto (con Garth Davis) ogni episodio. Il risultato è un film lungo, che può permettersi di indugiare sulla costruzione dei luoghi e delle sensazioni, e anche di adottare una certa ricorsività.

A quattro anni dal (fin troppo) romantico Bright Star, la Campion torna per giocare in casa. La cittadina di Laketop in Nuova Zelanda, circondata da laghi, montagne, boschi, spazi vuoti e freddi, e fotografata da Adam Arkapaw (Animal Kingdom e, guarda un po’, True Detective), è subito un luogo avvolgente, inglobante, al tempo stesso inospitale e necessario, e i campi lunghi e desaturati su cui si muovono i personaggi come in stato d’incoscienza, o di rapimento, incarnano l’aspetto più suggestivo di Top of the Lake (e ricordano, in maniera più tagliente e meno panica, gli smarrimenti australiani di Picnic ad Hanging Rock).

Il motore dell’azione è nella sparizione di una ragazzina, Tui, giovanissima futura madre. Ad investigare Robin – Elisabeth Moss (da Mad Man), tornata nel luogo di nascita anche per fare i conti con un passato tutt’altro che risolto, mentre a definire la storia e il suo mondo sono due figure che si fronteggiano a distanza: Peter Mullan nei panni di Matt, incarnazione dell’anima corrotta del paese e padre di Tui, e Holly Hunter come GJ, una donna carismatica e disillusa, a capo di una comunità femminile stabilitasi su un terreno chiamato Paradise, di proprietà di Matt.

In Top of the Lake trovano spazio e si intrecciano molte vite e molti livelli: dalla concreta linea investigativa, a confronto con le ferite che dal passato ancora si perpetuano, ai rapporti familiari e gli orrori che si nascondono, diffusi, all’interno della comunità. Uno degli elementi più interessanti, e suggestivi, che guida dall’alto la visione complessiva, è proprio nel confronto fra uomo e donna, fra i due gruppi guidati rispettivamente da Matt e GJ. Per quanto sia rimarcata la violenza nell’indole maschile e il sostegno reciproco in quella femminile, la Campion regala un certo grado di ambiguità ad entrambi, ed è poi proprio in quello spazio indefinito che s’intravede il contatto fra i due mondi. Per quanto violento e sconsiderato, Matt non è libero da dolori e rimpianti, mentre GJ – personaggio molto affascinante, anche se limitato nella presenza – non manca di stupire le proprie “adepte” proponendo soluzioni radicali, estremamente pragmatiche, concentrandosi costantemente sulle esigenze e la forza del corpo, piuttosto che su astratte cure spirituali. Il corpo, e anche il martirio dello stesso nel caso di Matt, è quanto unisce i personaggi alla natura; è un legame tutt’altro che idilliaco, è un vincolo reale, ineluttabile, che da parte sua ha la forza della certezza e dell’inevitabilità.

In questa dialettica avvolgente e globale si muove Top of the Lake, abbracciando uno stile realista fatto di osservazioni distanti e atmosfere abitate dai soli suoni di quel che esiste, e lasciando spazio a comportamenti a volte slegati dalla plausibilità logica. Come se la pressione del tempo e della realtà non avessero sempre la stessa intensità, a una messa in scena semplicemente descrittiva si preferisce la rappresentazione, anche semplificata ma pervasiva, costante, delle pulsioni umane.

(4/5)

Black Mirror 2 (Charlie Brooker 2013)

black mirror 2 slowfilm recensioneBlack Mirror è una delle serie più singolari e interessanti degli ultimi tempi, come sa chi ha visto la prima stagione. La seconda, iniziata e conclusa in UK a febbraio, conserva la stessa struttura: tre episodi da un’ora – durata perfetta per il tipo di prodotto e scrittura -, indipendenti ma tematicamente accomunati dalla riflessione sul lato oscuro della tecnologia mediatica. Le storie scritte da Charlie Brooker, showman e autore britannico, sono caratterizzate da un approccio più o meno futurista, fantastico o realista, e sempre finalizzate a farci dormire male.

Nello scrivere degli episodi scriverò un po’ di cosa succede negli episodi; è inevitabile, fatevi i vostri conti.

Black Mirror the right back slowfilm recensioneE subito la sorpresa: Be Right Back, per la regia di Owen Harris, è la prima puntata davvero bruttina di Black Mirror.

Della coppia formata da Martha e Ash, il secondo vive in simbiosi con lo smartphone, in perenne connessione col mondo. Ma non è questo il suo problema principale, dal momento che in una manciata di minuti si ritrova deprecabilmente morto. Martha non la prende bene, ma trova in un software sperimentale il sollievo alla mancanza del compagno. L’applicazione in questione raccoglie le tracce lasciate nel web da Ash, e si nutre di ogni altra testimonianza digitale: filmati, foto, mail. Attraverso questa quantità di informazioni riesce a ricreare la persona scomparsa, ricostruendone i ricordi e sostanzialmente anche la personalità.

L’idea di una Creatura di Frankenstein del terzo millennio non è affatto male. Gli automatismi con cui smembriamo e disseminiamo le nostre vite nella rete; il cambiamento dell’oggetto del racconto dalla carne all’identità; le differenze fra testimonianza memoriale ed esistenza, tutte da definire. Purtroppo Be Right Back non approfondisce queste possibilità, al contrario degli altri episodi della serie rimane concentrato sulla singola storia, e sceglie la realizzazione più banale inseguendo la sostituzione anche fisica dell’affetto perduto. Il risultato è molto simile a un episodio minore di Twilight Zone, più concentrato sull’idea e il paradosso, che sulla riflessione. (2,5/5)

black mirror white bear slowfilm recensioneWhite Bear, regia di Carl Tibbetts, fortunatamente è molto più interessante, e nuovamente in linea con lo stile della serie. I riferimenti qui sono tanti, tendenzialmente virati in chiave horror. Dalla coazione a ripetere di Groundhog Day, qui incubo semicosciente, ai giochi sadici e sanguinari di Hunger Games. Senza che mi perda a ricostruire la trama complessa, basti sapere che White Bear mette nuovamente a fuoco il soggetto principale delle speculazioni di Black Mirror: il pubblico. Qui un pubblico ossessivo, morboso e voyeurista, impegnato a inseguire e registrare le sofferenze di vittime designate.

Un continuo gioco di specchi, rivelazioni e rovesciamenti, rende l’episodio efficacemente accusatorio nei confronti della presunta morale spettatoriale. White Bear opera nella definizione e ridefinizione di cosa sia plausibile mostrare, cosa siamo disposti a fare alle persone perché possano offrirci intrattenimento, e quanto lo spettatore sia propenso ad assolversi, non aspettando altro che una scappatoia che legittimi la sua ferocia. (4/5)

black mirror waldo moment slowfilm recensioneThe Waldo Moment, regia di Bryn Higgins, è un episodio su Beppe Grillo. Inquietante, realistico, segue l’ascesa di un pupazzo digitale, un cartone animato raffigurante uno sboccato orso blu di nome Waldo. Comandato in diretta da un attore comico nascosto dietro le quinte, da personaggio di uno show televisivo acquisisce sempre maggiore presa e potere sulle folle. Waldo fa leva sulle insoddisfazioni del pubblico, umilia gli ospiti politici, fomenta generici sentimenti di rivolta, nutrendo con attenzione il culto di sé.

Il tempismo con cui Waldo è andato in onda, il 25 febbraio, una manciata di ore dopo l’apertura delle urne in Italia, rende il tutto particolarmente suggestivo. La scelta di un personaggio umoristico, l’appello agli istinti e le insoddisfazioni della massa portato attraverso i mezzi tecnologici, il rifiuto di contenuti ideologici, avvicinano l’episodio alla nostra realtà più di una generica rievocazione degli elementi di un regime totalitarista – che pure rivisti in un film come L’Onda, ripassato in tv ieri sera, ci mettono in una posizione innegabilmente da manuale -.

Se Black Mirror avesse più seguito in Italia tutti già chiameremmo Grillo Waldo, waldini i suoi seguaci, e mancherebbero circa sei mesi dal dichiarare guerra alla Gran Bretagna. (4/5)