Twin Peaks 3, fino alla fine

twin peaks 3 fino alla fine

Di Twin Peaks ho già scritto, dopo quella puntata 8 che rimarrà nella storia come La Puntata 8 di Twin Peaks. Qui, a stagione completa, devo solo formalizzare una cosa: Twin Peaks 3 è un capolavoro, per le serie tv, il cinema, la videoarte, l’audiovisivo tutto. Insomma volevo lasciare testimonianza di questo incondizionato entusiasmo.

In 18 puntate da un’ora, ha dato sempre l’impressione di essere esattamente quel che gli autori volevano che fosse. Uno spettacolo denso di una tensione e spesso un orrore così surreale, così diffuso nei tempi e nei dettagli, da rendere ogni scena un’autonoma meraviglia. Una libertà contenutistica ed espressiva sfrenata, che arriva a noi come una superficie affascinante e spesso imprevedibile, sotto la quale si avvertono un impianto teorico e una continuità stilistica rigorosi: anche gli episodi e le visioni più spiazzanti, una volta assorbito il colpo, ci si rende conto che non avrebbero potuto essere in alcun modo differenti. In quest’opera di Lynch ci sono l’ironia (anche nei confronti dello spettatore), la digressione, l’autocitazione, la follia, il perfezionismo, e in ogni momento c’è la necessità. Così, anche se spesso quel che si racconta ha premesse fantastiche o surreali, il rimando è sempre a un frammento di realtà, alla descrizione di un orrore comune e quotidiano.

Dalla giovane tossica, madre del bambino che si avvicina all’auto esplosiva, alla ragazzina zombie che spunta davanti a un Bobby in trance, sono decine le storie che gli autori incrociano senza possibilità di approfondire, sono le schegge di una realtà pienamente significativa che si mostra attraverso i suoi frammenti. Ed è davvero inutile sentirsi traditi per le tante linee narrative incrociate e poi trascorse, com’è assurdo sostenere che la storia avrebbe potuto essere facilmente riassunta in meno tempo (sì, è una critica che ho letto da più parti). Come se il compito del cinema fosse portare sullo schermo un racconto scritto, e non intrecciare i suoi codici e mostrare; come se la proprietà del cinema, quella che gli consente anche di replicare all’infinito la stessa struttura, le stesse storie, non fosse la reinvenzione della narrazione attraverso la variazione di quanto non è racconto.

Lynch condensa nei momenti di sospensione e nei frammenti di storie in cui si inciampa, e da cui poi si corre via, gli aspetti più oscuri e insopprimibili dell’animo umano, gli dà forma attraverso una rappresentazione del fantastico che raramente ha rispecchiato così a pieno una visione artistica, aspetti verso cui esercita un’ironia feroce e ostentatamente ingenua, oppure congela il suo sguardo e ci lascia a contemplarli e a tremare.

Se dovessi segnare il momento più divertente, sceglierei l’impietosa fine dei cattivissimi Tim Roth e Jennifer Jason Leigh per mano di Zawaski. I diverbi automobilistici con Lynch continuano a scatenare le reazioni più feroci, ed è subito chiaro che con uno che ha stampato ZAWASKI sulla portiera dell’auto non ti ci devi mettere.

Se dovessi segnare due momenti strappacuore, sceglierei il ritorno di Rebekah Del Rio con No Stars e la danza di Audrey. Perché, tutto sommato, in questo Twin Peaks l’unica cosa più forte della colpa è la nostalgia.

Torna a trovarci David Lynch, e grazie per tutto li ecsep.

(5/5)

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Samurai Gourmet, stagione 1 (Masayuki Kusumi 2017) Un percorso zen alla scoperta della (stra)ordinarietà

samurai gourmet slowfilmPer distrarsi un po’ dai draghi, gli zombie, gli intrighi, Samurai Gourmet è un gioiellino, una piccola rivelazione, un accogliente e divertente rifugio zen. È distribuito da Netflix, quindi facilmente reperibile. Takeshi Kasumi, 60 anni, è appena andato in pensione. Non so immaginare perché, ma pare che in molte persone, e ancora di più in molte persone giapponesi, questo porti a una sorta di senso di vuoto, di perdita d’identità, una difficoltà a immaginare come vivere il proprio tempo. Fortunatamente questo stato, per Takeshi Kasumi, dura assai poco, e presto si ritrova immerso nel trasgressivo piacere di scolarsi almeno un paio di birre ghiacciate già di primo pomeriggio. A guidarlo nella sua rinnovata intraprendenza un giovane ronin dai modi spicci, la cui apparizione segna incursioni in un medioevo nipponico che ha molto da insegnare sulla natura dei cibi e delle persone.

Kasumi-san è interpretato da Naoto Takenaka, capace di portare nel live le iperboliche espressioni facciali, dalla goduria al sacro timore, che abbiamo imparato ad amare con i cartoni dell’infanzia. Il nostro pensionato avventuriero ha una moglie, Shizuko Kasumi, una Honami Suzuki che a prima vista può essere agevolmente scambiata per la figlia, ma ha in realtà solo pochi anni in meno. È una delle cose cui fare l’abitudine, assieme alla luminosità assurdamente accentuata della fotografia.

Takeshi, in 12 serratissime puntate, gira per la città esplorando gli aspetti più veraci della cucina giapponese, sperimentando specialità straniere (ben due volte la cucina italiana), incontrando persone per la prima volta o ritrovandole dopo decenni. Lo schema base della nuova destinazione e dell’intervento del Samurai nel momento di difficoltà, è sempre arricchito di esperienze e dettagli; il tono apertamente leggero e spesso caricaturale è sostenuto dalla poesia minimale e l’amore per la scoperta e l’osservazione. Tratto dall’omonimo manga di Masayuki Kusumi, Samurai Gourmet non può non ricordare i capolavori di Jiro Taniguchi L’uomo che Cammina e Gourmet.

Assieme al racconto episodico, la serie sviluppa una trama in evoluzione, che si arricchisce delle esperienze di quotidiana meraviglia. L’incursione al ristorante italiano, in un’accumulazione barocca e improbabile di sapori, mostra come il gusto sia davvero una componente importante della cultura, e come essere aperti ad assaggiare sapori non abituali non significhi comprenderne davvero i possibili equilibri. Due puntate davvero belle, cinematografiche per sguardo e contenuti, ci riportano una al passato del protagonista, investito in piena luce dalla potenza dell’effetto madeleine, un’altra a vagare fra le strade cittadine, alla ricerca di un luogo legato a ricordi che passano sempre dal gusto, per ricollegarsi agli altri aspetti della vita. Delizioso.

(4,5/5)

Twin Peaks 3, dall’inizio all’episodio 8. David Lynch compromette tempo e materia

twin peaks 3Arrivati all’ottava puntata di Twin Peaks 3, il mondo si sta dividendo fra quelli che amavano Lynch perché 25 anni fa ha fatto una serie tv strana, e quelli che amano Lynch per la sua idea destabilizzante e ipnotica del cinema. Arrivati qui, si può appuntare qualcosa. Perché l’ottavo episodio è uno di quelli che segnano lo spettatore e la storia dell’audiovisivo, e Twin Peaks 3, vada come vada, è già un’opera epocale. Ho visto il primo Twin Peaks che era già un po’ vecchiotto, la sua spinta innovativa aveva ampiamente influenzato numerosi altri prodotti e lo stesso Lynch aveva fatto un altro bel pezzo di strada. Adesso sono un po’ vecchiotto io, e la vera serie rivoluzionaria di David Lynch per me è questa: la summa e l’estremizzazione del suo ultimo cinema, in particolare quello sfrenato e spesso sottovalutato di Inland Empire, che incontra i suoi lavori all’esplorazione di altre arti, la pittura, la musica, l’avanguardia videoartistica, la fotografia (post)industriale.

Non voglio riassumere le linee narrative e tantomeno sviscerare l’ottava puntata, provando a darle una forma diversa da quella che mostra: questo Twin Peaks è tutto ciò di cui non si può fare un riassunto. E neanche mi sfiora l’idea di fare congetture sul suo futuro – odio le congetture e questa serie va vista, nel presente, nella sua successione di quadri e nel suo solido substrato concettuale, che in buona parte sostituisce lo scheletro narrativo classico. Si tratta, quindi, di un egoistico ritrovo di parole, che testimonierà come nel 2017 abbia assistito a una piccola rivoluzione.

I primi passi sono immediatamente radicali e folli, mostrano da subito l’intenzione di inserire nella realtà diegetica qualsiasi visione o perversione, naturale o innaturale, si possa essere affacciata alla mente del suo autore. Alcune immagini sono molto forti, abbracciano l’horror cinematografico e quella parte dell’arte contemporanea che dà corpo a creature nate dal dolore e a chimere marchiate dalla diversità. Il tutto immerso nella cura maniacale di regia e fotografia che dà un’identità comune alle parti dal tono e dal soggetto più diversi. Anche i salti di montaggio più spericolati sono perfettamente riusciti, e integrati in una ricerca attenta e aggressiva del sonoro e dell’accompagnamento musicale e nella testimonianza di accurate performance live, altra passione del Lynch di ogni epoca. In queste prime puntate c’è già un crescendo visionario che esplode nel terzo episodio: un inquieto viaggio fra mondi, allarmati volti di donna privi di occhi, personaggi braccati, spazi chiusi, dispersi nel nero, che ne contengono altri, e soprattutto una destrutturazione metodica del tempo dell’azione. La prima preoccupazione di Lynch è proprio quella di compromettere il tempo, metterne in dubbio la sua oggettività, attraverso scene a ritroso, elementi sonori appena percettibili, sottili rasoiate acustiche e visive che provocano microripetizioni, microvariazioni, abitano e stravolgono cornici temporali lineari. Questa totale libertà del racconto contribuisce a creare una tensione costante, mancando spesso alcun indizio sulla scena o l’immagine che seguirà quella che stiamo vedendo. Fra le critiche più strane che si incontrano, fin dalla prima puntata, quelle sulla qualità e l’uso della CGI, ritenuta poco realistica o poco curata. Un po’ come dire che le figure di Picasso non sono verosimili. Si tratta, invece, di uno degli elementi che più contribuisce a dare forma e coerenza, riportando nella serie consolidate ossessioni visive dell’autore. Creature in un digitale d’avanguardia e primitivo, creature che racchiudono nelle loro sembianze incubi del passato e del futuro, sono anomalie materiali, fisiche, che infestano il presente.

Dalla quarta puntata ci si ritrova spesso immersi in una sorta di minimalismo lynchiano, dove non si molla mai la presa. Le inquadrature prolungate di registi riflessivi e descrittivi, come Jim Jarmusch o Tsai Ming-liang, sono contemplative, si concentrano sullo scorrere del tempo e favoriscono la focalizzazione dei dettagli e l’approfondimento dei personaggi. Se Lynch osserva per una lunga frazione temporale un uomo che spazza il pavimento di un bar, la tensione non cala mai: anziché oggettivizzare il tempo, l’incertezza si infiltra in quella scena e in quell’uomo. Si potrebbe fare un elenco delle scene da antologia che si ritrovano in questo blocco, da quelle legate a un Cooper incosciente e svuotato, alle vicende di numerosi personaggi subito descritti come cruciali e poi abbandonati, alle incursioni autoironiche nella soap, con tanto di campi controcampi sempre più ravvicinati, volti rigati dalle lacrime e commento sonoro melodrammatico standard. Ma mi fermo qui. Il ritorno è a Twin Peaks, i richiami sono diretti, e lo sono altrettanto quelli a Dune, Eraserhead, Strade Perdute, Mulholland Drive, Inland Empire, tutto il cinema, e sottolineo cinema, di David Lynch.

Salto alla 8. C’erano il varco spaziale di 2001 Odissea Nello Spazio e la cosmogonia di The Tree of Life (e in qualche modo anche il frattale temporale di Interstellar), ora c’è questa genesi ingestibile, viaggio nell’anomalia, atto di ubris di Twin Peaks 3×08. I richiami sono ovvi, ma non per questo meno significativi. Con Kubrick abbiamo ancora Bowman, il suo sguardo, le luci e le geometrie si riflettono sul suo casco d’astronauta. C’è dovuto arrivare, fin lì, e abbiamo visto come c’è arrivato. Con Malick e Lynch è semplice rapimento, in una visione incorporea, guardiamo quello che è impossibile guardare, e le immagini esistono perché le stiamo guardando, e attraversando. La cesura comincia con l’immersione nel fungo generato dal primo test nucleare, 16 luglio 1945, New Mexico. Interferenze astratte, rumore bianco, esplosioni e nuova materia instabile diventano il nostro elemento, tutto ha il suono di una tagliente frenesia di archi. Si tratta della Trenodia per le vittime di Hiroshima, composizione del 1961 di Penderecki già utilizzata in Shining, comunque la si metta può significare solo follia, e la sua denuncia. Attraverso vari mondi, esseri e frame, assistiamo alla genesi del male, che in una delle tante incarnazioni è Bob – entità sovrumana creata o risvegliata dall’uomo, espulsa da un essere astrale, radioattivo e instabilmente digitale – e della sua contrapposizione, Laura Palmer. Inutile provare a elencare episodi, immagini e luoghi che si avvicendano e compenetrano in questa epica mezz’ora. Personalmente ho trovato di grande impatto la scena del Convenience Store, che compare come una stanza settecentesca alla fine di un viaggio nello spazio; ed è già un’icona pop l’uomo nero con la sua filastrocca via etere; ma, di nuovo, Twin Peaks è quello che non si può dire. Questa cosmogonia lancinante è la rappresentazione di varie forme della corruzione, fino a un salto nel 1956 in cui l’innocenza americana, una ragazzina assopita sul suo letto, accoglie nella bocca un orribile mutante insetto e anfibio, e chiude la puntata con un accennato sorriso.

Il caso più eclatante di avanguardia inserita in un contesto narrativo, trasmessa in tv. Un’esperienza disturbante, mentre la si vede e di nuovo mentre la si sogna, che probabilmente porterà David Lynch all’arresto, per queste cose che ci sta innestando nella testa. La sua è una sperimentazione su un delirio sempre cosciente, in cui mostra di avere il totale e freddo controllo di quel che vuole mostrare, per quanto complesso e stratificato possa essere. Per fortuna si dice pacificato dalla meditazione trascendentale, altrimenti chissà cosa ci avrebbe fatto.

(5/5)

I migliori dieci film e le migliori dieci serie del 2016

paterson-slowfilm-locandinaUn anno non finisce davvero senza una classifica, lo sapevano i Maya, lo sappiamo anche noi. Com’è andato questo 2016, l’anno che il tessuto social e i lutti condivisi hanno battezzato come il più nefasto di sempre? Neanche male, in verità, molti dei film in lista hanno una struttura disgregata, acentrata, chiedono di essere collezionati e rivisti.

E a parte i Coen, che già da alcuni anni sono tornati una certezza, è bello riappacificarsi con Jarmusch e con un Malick che non riesce a ritrovarsi e definirsi, e su cui è meglio non fare troppo affidamento, ma che ha proposto un film dallo sperimentalismo ipnotico.

I migliori dieci film del 2016

Paterson (Jim Jarmusch)
One More Time with Feeling (Andrew Dominik)
Knight of Cups (Terrence Malick)
Ave, Cesare (Joel ed Ethan Coen)
Little Sister (Hirokazu Kore-Eda)
King of the Belgians (Peter Brosens e Jessica Woodworth)
The Assassin (Hou Hsiao Hsien)
Parola di Dio – The Student (Kirill Serebrennikov)
Miss Peregrine – La casa dei ragazzi speciali (Tim Burton)
The Neon Demon (Nicolas Winding Refn)

Avrebbero potuto prendere il posto di Burton: Captain Fantastic, Kubo, Mistress America, forse anche 10 Cloverfield Lane, ma oggi è andata così.

the-young-popeDelle serie non so mai quando e se scrivere, quel che si vede all’inizio può essere stravolto, quando arrivano alla fine di solito sono stremato. Però le vedo, mi piacciono, alcune sono molto belle. Preferisco sicuramente quelle brevi, meglio se guidate da un unico regista. Da segnalare l’enorme delusione per la chiusura di Vinyl, una delle cose più belle a mature mai passate su piccolo schermo, e la sorpresa per The Get Down: non mi piace Baz Luhrmann, non ascolto hip hop, ma è un miracolo di ritmo ed equilibrio.

Menzione d’onore per Show Me a Hero, miniserie con Oscar Isaac uscita negli USA gli ultimi giorni del 2015, e per Brooklyn nine-nine, che mi diverte molto ma che sto ancora recuperando. Sorpresa: nella top 10, e senza rammarico, non c’è Westworld.

Le migliori dieci serie del 2016

The Young Pope
Vinyl
Fargo (seconda stagione)

The Get Down
Stranger Things
Peaky Blinders (terza stagione)
The OA
The Night Of
Silicon Valley (terza stagione)
House of Cards (quarta stagione)

The Young Pope, episodi 1 e 2 (Paolo Sorrentino 2016)

the-young-popeLa caricatura che fa Maurizio Crozza di Paolo Sorrentino e del suo lavoro è sostanzialmente veritiera, addirittura accurata. Che ci sia un cinema, in generale un modo di realizzare l’audiovisivo, meno legato allo svolgimento strutturalista della storia, che ragiona piuttosto per inquadrature lunghe, attraverso un montaggio a volte legato all’estetica e all’attrazione fra immagini più che al racconto, una descrizione di tempi non puramente funzionali alla narrazione, sono elementi che Crozza individua bene, che magari nascono nelle avanguardie per poi integrarsi in un cinema per un pubblico più ampio, così detto d’autore. Lo scarto umoristico sta nell’assumere la costruzione canonica della storia come opportuna normalità, la deviazione come qualcosa di forzato o innaturale. Questa, però, è una condizione che riguarda solo le abitudini del pubblico, non riguarda il valore di un’opera. Questo agile preambolo per dire che The Young Pope è una delle cose più coinvolgenti e originali fatte per il piccolo schermo. Se avete uno schermo grande, anche per il grande schermo.

In un certo modo rivoluzionario per la produzione seriale, che pure da lungo tempo è il luogo dove gli spunti più originali sono promossi verso un pubblico ampio e trasversale, The Young Pope, nelle sue prime due puntate, è un esempio magistrale di scrittura e messa in scena. Una ricerca attenta agli spazi, ai volti e ai gesti, un protagonista che vive di frasi perentorie e radicali contraddizioni celate dietro uno sguardo algido. Sono già da antologia i movimenti vanitosi di Jude Law che teatralmente assicura il candido cappello a falda larga sulla testa, per non lasciarlo portare via dal vento mosso dall’elicottero ecclesiastico. Oppure il modo in cui allarga le braccia, ricercando un clamore da star che venga dal cielo e possa essere riconosciuto dalle oceaniche, e alquanto inquietanti, folle di fedeli. L’idea è quella di raccontare l’incertezza e la fragilità attraverso una figura che vuole ostentare l’esatto opposto. Così di specularità vive questo incipit di The Young Pope, che rappresenta la casualità delle scelte e delle loro enormi conseguenze, lasciando che la chiusura autoritaria e apocalittica della seconda puntata sia l’esatto contrario di quanto, in un sogno, si era intravisto come possibilità all’inizio della prima.

Ma la serie di Sorrentino, acquisiti i possibili richiami – da Habemus Papam, a House of Cards, ai dialoghi attorno a un tavolo del miglior Tarantino – definisce in una notevole densità di dialoghi memorabili, figure che racchiudono realismo, eccentricità e grottesco, ricercate descrizioni visive e sonore, un viluppo di codici che rende la visione un’esperienza originale e ipnotica.

(4,5/5)

Black Mirror, miniserie cattiva in 3 episodi (2011)

black mirror

Disturbante miniserie britannica ideata da Charlie Brooker (so che non fa più trendy, ma qui lo vediamo esprimere alcune perplessità sull’operato del nostro ex presidente del consiglio), dove lo specchio nero è lo schermo televisivo, o comunque tecnologico, in una metafora non particolarmente ricercata, ma efficace, com’è l’impostazione tematica della serie.

Tre episodi di poco più di un’ora, praticamente tre piccoli film, ognuno con un diverso regista e differenti cast, i primi due scritti da Brooker. La linea comune è nella rappresentazione  della simbiosi fra uomo e tecnologia, messa in scena per raccontare radicate debolezze umane.

The National Anthem (diretto da Otto Bathurst) dei tre è quello più ancorato al nostro tempo. In un Paese molto simile alla Gran Bretagna una principessina viene rapita, e la richiesta in cambio della sua vita è che il Primo Ministro abbia un rapporto sessuale con una scrofa, in mondovisione. Per un certo verso diabolico, è l’episodio che presenta il meccanismo più pensato e originale. È, però, anche quello che tira più la corda della verosimiglianza interna, e per dar forza al suo soggetto si lascia andare a un epilogo potente nel significato, ma pretestuoso nel piegare al suo servizio un impianto fin lì realistico. Volendo individuare i peccati capitali dell’era tecnologica, quelli di The National Anthem sono: morbosità, massificazione, voyeurismo.

15 Million Merits (diretto da Euros Lyn, scritto da Brooker e Kanaq Huq) ci porta in una realtà alternativa, o futura, o distopica che pensar si voglia. Qui l’impostazione è iperbolica: buona parte dell’umanità vive sottoterra, in costante esposizione a programmi televisivi, trasmessi sugli schermi che hanno sostituito ogni elemento architettonico. Tutti devono pedalare per produrre energia, e guardare i programmi tv prodotti dal loro lavoro. A comandare la telecrazia una trinità di giudici (a spiccare un viscidissimo Rupert Everett nei panni di Judge Hope), che attraverso un talent show decide chi portare dall’altra parte dello schermo. L’idea sarà forse meno raffinata, ma la realizzazione è ottima: opprimente e deprimente, visivamente e acusticamente marcia, curatissima la scrittura, e un epilogo anche più devastante di quanto si possa prevedere. Al contrario di un filmaccio come In Time, 15 Million Merits mette spietatamente in scena un’umanità corrotta e deformata dal mondo che ha creato e accettato. I peccati: conformismo, superbia e, soprattutto, vanità.

The Entire History of You (diretto da Brian Welsh, scritto da Jesse Armstrong) è l’episodio più debole, sia dal punto di vista della realizzazione che da quello concettuale. Ma non è certo da buttare via. Altra distopia, mondo parallelo (siam sempre lì, specchio nero), o bla bla. La memoria umana è integrata da una artificiale, tutti hanno un hard disk impiantato nel cervello e collegato al nervo ottico, che registra ogni fatto o esperienza. In questo genere di cose mi fanno sempre incazzare gli spot diegetici che recitano “compra il Grain, così ricordi tutto e non dimentichi più niente”. Ce l’hanno già tutti, lo sanno cos’è. Come se oggi facessero le pubblicità “compra un’auto, si fa prima che a piedi”. Vabbe’, veniale. Insomma, tutti registrano tutto, possono rivederlo quando vogliono e ciò comporta da una parte preferire al presente l’accesso a pochi ricordi selezionati, dall’altra avere una documentazione incorruttibile di ogni cosa s’è vista o sentita. E per un puntacazzi qual è il protagonista, questa è un’arma devastante. Nonostante le molte ripetizioni e una storia decisamente più lineare e prevedibile rispetto ai due episodi precedenti, anche The Entire History of You ha le carte in regola per disturbare e lasciare qualche piccolo tarlo, oltre ad ambientazioni freddamente suggestive ed efficaci. I peccati: gelosia, ossessione per il controllo e una punta d’accidia.

Una trilogia riuscita e consigliata. Accostato non senza ragioni alla storica serie Ai Confini della Realtà, Black Mirror m’ha fatto dormire male tre volte su tre.

(4/5)

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