La Ballata di Buster Scruggs (Joel ed Ethan Coen 2018)

buster scruggs slowfilm recensioneNon è semplice pesare correttamente l’ultimo film dei Coen. Da una parte La Ballata di Buster Scruggs mantiene esattamente ciò che promette, senza sorprendere o spiazzare, dall’altra ci sono pochi autori a poter mantenere promesse del genere, oltre ai fratellini del Minnesota. Bisogna però anche considerare che negli ultimi 10 anni hanno saputo realizzare dei titoli incredibilmente belli (Non è un Paese per Vecchi, A Serious Man, A Proposito di Davis, Ave, Cesare!), mentre il western antologico Buster Scruggs è solo credibilmente bello. Ed è forse proprio questa forma antologica estremamente definita – con ogni probabilità ereditata dall’idea iniziale di realizzare una vera e propria miniserie – dove si susseguono sei episodi indipendenti, che mi sembra finisca per caratterizzare il film più di quanto meriterebbe. Ave Cesare, e molti altri loro film, vivono anche loro di parti distinte, ma l’idea comune e l’intreccio delle diverse linee consentono di godere di un intreccio complesso, pur conservando la possibilità di alternare toni e personaggi.

Ci sono alcuni episodi, in Buster Scruggs, che diluiti in un discorso più ampio avrebbero forse avuto più fascino, ma, una volta fatta questa lunga premessa, il film è indubbiamente pieno di immagini, storie, atroci suggestioni, e sono molti i momenti che nelle ore e i giorni successivi alla visione continuano a scavare, e anche le storie più piccole continuano a crescere. E una sensazione che riesca a racchiudere tutto viene comunque costruita, e suggellata dall’ultimo movimento. Si può parlare di rivisitazione del western (a conti fatti il genere più frequentato dai due autori), ma dovendo tener conto che da decenni il western è comunque territorio di rivisitazione – nell’origine del cinema c’è inevitabilmente la sua avanguardia -, che sia il luogo per le malinconiche destrutturazioni di Robert Altman, le assurdità di Mel Brooks o le ibridazioni postmoderne di Takashi Miike e Quentin Tarantino.

Buster Sgruggs conserva un legame con il nucleo narrativo del genere, racconta davvero la frontiera, i duelli, la storia di una nazione che cresce nel sangue. Ma si prende anche ampie libertà nell’inseguire storie apparentemente minori, oppure nello spingere fino alla caricatura quelli che – dalla rapina al pistolero infallibile – sono i luoghi più frequentati del western classico. Ogni episodio meriterebbe una trattazione a sé, ma, senza voler nulla anticipare, mi limito a sottolineare la particolarità del terzo atto, con i teatranti itineranti Liam Neeson e Harry Melling, che offre la vista surreale di un palco che è uno scorcio in ogni paese di derelitti in cui si apra il suo piccolo sipario, una nicchia fatta di disperazione narrativa che rimane perfettamente incorniciata dalla realtà. Un racconto che esalta la dimensione più umana e universale del film, introducendo nuove immagini nel genere. Ed è per me impossibile non citare la bellezza di Tom Waits, personaggio solitario che sommessamente canta attraversando i boschi, e alla ricerca d’oro scava a mani nude la terra, vecchia quasi quanto lui.

(4/5)

Anche La Ballata di Buster Scruggs è su Netflix e, al di là di tutto, difficilmente potrà capitarvi fra le mani qualcosa di meglio da vedere.

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Interstellar (Christopher Nolan 2014)

interstellar nolan slowfilm recensionePubblicato su Bologna Cult

Prima scomoda verità: McConaughey quando fa l’intenso diventa Turturro. Seconda scomoda verità:Interstellar è sorprendentemente un bel film. Terza scomoda verità: se l’interesse principale è la plausibilità scientifica conviene guardare video di esperimenti di fisica.

Non sono un fan di Christopher Nolan, ma bisogna ammettere che è difficile non seguire la sua produzione, composta da tentativi, più o meno riusciti, di introdurre nel mainstream immagini e contenuti più complessi, veicolando un’idea di cinema; un’aspirazione oggi rara, che contribuisce a rendere ogni sua nuova uscita un evento. Interstellar è una grossa produzione sci-fi finalmente lontana dalla ricerca chiassosa di sterile intrattenimento digitale, e la differenza si trova già nella grana del film, girato su gloriosa pellicola 35mm. Lo sguardo al passato non si ferma qui, infatti nelle rappresentazioni alternate di una Terra alle prese con l’apocalisse e del viaggio spaziale intrapreso per provare quantomeno ad aggirarla, si fondono riferimenti alla fantascienza classica, al Tarkovskij di Solaris (da cui in parte mutua i tempi e i modi della narrazione, oltre al mare alieno), a 2001 Odissea nello Spazio (si ritrova in varie occasioni, non ultima la rappresentazione di un luogo familiare, l’interno di una stanza “umana”, come approdo di un corridoio stellare) e a molto altro.

Il rischio è quello di essere tentati a ricondurre molte scene e altrettante idee a qualcosa di preesistente, ma in generale i modelli sono così alti che vederli rielaborati in un’opera attuale, così densa e visivamente potente, è una cosa che dà gioia. In Interstellar, che è tanti film in uno, coabitano la spettacolarità del genere con le sue declinazioni più “umaniste”: col valido supporto di un cast di tutto rispetto – Matthew McConaughey, Anne Hathaway, Jessica Chastain, Michael Caine – si lascia molto spazio alla parola, che delinea l’animo e le relazioni fra i personaggi, costruendo un’intensità emozionale forse inedita per il cinema di Nolan, solitamente più concentrato sul meccanismo e la speculazione distaccata.

Se Memento e Insomnia sono due film sull’autoinganno, Interstellar forma con Inception un’ideale coppia di titoli dedicati al tempo e alla sua rappresentazione. Dare spazio ed enfasi ai legami e ai sentimenti è qui il modo per rendere consistente, per lo spettatore, la vertigine temporale, identificandola con una barriera che si frappone fra quei legami in maniera dolorosa e ineluttabile. Non c’è modo migliore per comunicare la concretezza del tempo che legarlo al distacco e la mancanza. Interstellar offre anche una visualizzazione concreta di un segmento temporale, riportandolo nella concatenazione ripetuta di un singolo spazio, in un’invenzione – vicina a un’immagine evocata dal libro di Vonnegut Mattatoio n. 5 – di notevole forza e suggestione.

Ancora, nel film si ritrovano l’esplorazione di mondi vicina all’avventura (e al design) di opere anni ’50 e ‘60, delle squadratissime unità robotiche che sembrano nascere in opposizione agli altrettanto improbabili e inquietanti palloni “Rover” de Il Prigioniero, le musiche di Hans Zimmer che riportano echi dell’organo del Nautilus, teorie scientifiche a cui chi fosse interessato può industriarsi a fare le pulci. Si può chiedere qualcosa di meno, difficilmente qualcosa di più.

(4,5/5)