Loro 1 (Paolo Sorrentino 2018), una recensione politica

loro 1 slowfilm recensioneSorrentino è un ottimo regista, e uno sceneggiatore originale e interessante, cose che fanno di lui un autore. E avere un autore, in Italia, mentre piangiamo l’abituale miseria, è una cosa di cui dovremmo essere contenti. È una ripetizione e una premessa indispensabile, vista la mole di critiche che solitamente muove ogni suo lavoro. Sorrentino può non piacere, può non piacere il suo cinema così caratterizzato, ma trattarlo con sufficienza e ironia (di solito poco ispirata) è una soluzione che può accontentare chi il cinema, tutto sommato, non è interessato a frequentarlo più di tanto, o è comunque più interessato alle sue narrazioni più usuali e accoglienti.

Delle masse plagiate e traviate dal potere ipnotico di Berlusconi, non frega un cazzo. Finalmente. Le masse traviate erano già insostenibili quando erano maggioranza silenziosa, adesso che è livore digitale rumoroso, conviene tenerle un po’ spente. Loro 1 dipinge un empireo, una colorata selezione di sguaiate figure ultraterrene dalle denominazioni astratte, mette in scena dei ruoli che possono essere ricoperti da persone diverse, ma che devono necessariamente esistere in quanto funzioni e oggetti del desiderio per chi, invece, rimane invisibile. Loro, quelli che contano, Lui, il nutrimento a cui tutti guardano, Dio, un fantasma che disperde i suoi fluidi, e altri semidei, nudi, plastici, assurdi, affamati.

Per estetica o per suggestioni, il film di Sorrentino si pone sul lato pulp del postmoderno: con i ritmi ossessivi utili ai riti tribali, e con Riccardo Scamarcio dal volto gonfio e gli occhi schizzati (in buona parte il vero protagonista di questa prima frazione), gemello del DiCaprio di The Wolf of Wall Street. Con un distacco dalla realtà condivisa che, pur non comprimendo tutto in una limousine, riporta l’eccentricità ultraterrena di Cosmopolis, e con lo sguardo quasi languido, che mostra come anche il sarcasmo possa fluttuare fra corpi e vuoti esistenziali, al modo dell’ultimo Malick. Loro è un film d’autore e di finzione abitato da personaggi reali, ed è pressoché indispensabile che a due terzi dell’opera, quando Berlusconi compare, questo sia impersonato da una maschera indossata da un attore campano. Più mimetico nei panni di Andreotti, figura più complessa, distante e soprattutto nascosta, Toni Servillo ha qui il compito di nascondere anche Berlusconi, la persona al mondo di cui sappiamo di più, la persona il cui nome suona da tempo come un luogo comune. Servillo lo trasforma in qualcosa di indefinito, con indosso un abito che non racconterà adeguatamente la storia e la sete di distruzione di Berlusconi, ma che consente a Loro di essere un film.

Loro 2, al cinema dal 10 maggio, sarà probabilmente più legato alle vicende di Berlusconi, specialmente quelle di (s)costume, continuando da dove lo si è lasciato. Non è escluso che, fra le due metà, la più equilibrata potrà risultare questa prima, proprio per come ha regolato la presenza del suo ingombrante protagonista. Rimane l’idea di un film che – lo ammetto, il soggetto non mi ha fatto correre al cinema – ha saputo trovare una sua chiave e una sua gestione dei tempi, facendo tesoro anche dell’incursione seriale di The Young Pope. Il secondo capitolo, verosimilmente, continuerà a offrire una versione cerebrale ed estetizzante del pop, un montaggio che alterna frammentarietà e quadri distesi, procedendo spesso per analogie e riportandole nella realtà diegetica, una parata di personaggi in esplorazione del lato oscuro felliniano, per dare forma, più che a una storia, a delle sensazioni filmiche e fisiche, non necessariamente gradevoli.

(4/5)

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Youth – La giovinezza (Paolo Sorrentino 2015)

youthAvevo una gran voglia di vedere questo nuovo Sorrentino, ero curioso e ben disposto. Non posso dire Youth sia stato in tutto una delusione, ma non ha soddisfatto in pieno le aspettative, e più di altri film recenti mi ha ricordato perché capiti che il lavoro di Sorrentino – più lo sceneggiatore che il regista, in verità – non mi vada del tutto a genio.

La storia è quella di Fred Ballinger (Michael Caine) e Mick Boyle (Harvey Keitel), rispettivamente un acclamato direttore d’orchestra in pensione e un famoso regista ormai agli sgoccioli, che in una spa sulle Alpi svizzere provano a ricordare la giovinezza e cercano affannosamente il modo migliore per inquadrare la vecchiaia.

Il respiro della pellicola è quello che conosciamo, proprio del cinema di Sorrentino, con una propensione anche maggiore del solito alla lentezza e la tendenza a sostituire gli accenti pop – propri de Il Divo, This Must be the Place e tanto altro – con effusioni liriche. Il quadro ricerca con una certa costanza la costruzione pittorica dell’immagine, il plastico chiaroscuro in cui la macchina da presa si muove senza celare un certo compiacimento. Il montaggio è lento sia nella gestione complessiva dell’intreccio, che fa completamente a meno dell’azione per immortalare il racconto parlato, sia nello sguardo piano delle singole sequenze. Lo scarso dinamismo esterno si trasferisce in tensione all’interno dell’inquadratura; ma è tensione prettamente cerebrale, che incrocia i limiti di una scrittura a volte pretestuosa, come ai tempi de Le Conseguenze dell’Amore, e momenti dissonanti che non si inseriscono nel discorso complessivo e non sempre riescono a creare la ricercata ironia. Se la sprezzante critica all’arte ne La Grande Bellezza aveva una sua motivazione, qui inserire personaggi grotteschi, forzatamente felliniani, come memoria del lavoro del regista, o semplificare fino a banalizzarla la figura della figlia del direttore d’orchestra (Rachel Weisz), non sembra avere molto senso.

Youth è dunque un film sulla memoria, la perdita e la vecchiaia, sulla vita rimasticata e raccontata da chi l’ha vissuta, che è in buona parte un esercizio speculativo, un distillato di pensieri esistenzialisti già espressi, che appartengono a persone il cui tempo non ha mai subito la segmentazione della routine. Pensieri quasi distaccati dai personaggi che, supportati dal loro valore iconico, hanno poco più da fare che enunciarli, mentre il mondo attorno a loro, le altre vite e le altre età, sono appena accennate, totalmente assoggettate alla scrittura. L’aspetto estetico ed estetizzante, dunque, è spesso quello più riuscito e significativo. Con una scena vanitosa ma densa come quella di Venezia inondata, con gli sguardi ambigui e i balletti solitari della giovane massaggiatrice di Caine, con le sospensioni vacue ed estatiche – in odore di Somewhere – nelle saune e nelle piscine, e con la performance di Caine e Keitel, la cui presenza pure assolve una funzione prevalentemente estetica.

(3/5)